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| La ricerca | I ritardi nella giustizia civile: una perdita pari all'1,2% del Pil La Banca Mondiale, nel suo rapporto annuale sulla facilità di fare imprese nel mondo (Doing Business in 2006) ha collocato l'Italia al 70° posto, dopo Kenya e Zambia, soprattutto perché la durata media di un processo civile per una disputa legata all'attività imprenditoriale è fra i più alti: 1.390 giorni. L'Istat e il Mipa fanno un passo avanti ulteriore calcolando i costi dei ritardi della giustizia civile sul sistema delle attività produttive. Prendendo in esame solo le procedure per il fallimento, queste nel 2003 duravano in media sette anni e mezzo, un anno in più rispetto al 2000, e producevano una perdita per il sistema economico pari all'1,2% del Pil. Nel momento in cui governo e parti sociali sono impegnate a definire gli interventi prioritari per far crescere la produttività, L'Istat misura quale potrebbere essere il risparmio per le imprese e, quindi, i benefici sulla sua competitività se si provvedesse ad una riforma della giustizia civile che avesse come unico obiettivo misurabile la drastica riduzione dei tempi che impiegano le imprese per ottenere giustizia. (10 dicembre 2006) Testo (Ritardi della giustizia civile e ricadute sul sistema economico - Costi della giustizia civile rilevanti per il sistema delle attività produttive) |  |
| Spesa per la protezione sociale: in Italia l'87,5% per pensioni e sanità L'ultimo rapporto Eurostat sulla spesa per la protezione sociale nei paesi dell'Unione conferma l'anomalia dell'Italia. Il nostro paese ha speso nel 2003 per il welfare in totale un po' meno della media europea - 26,4% del PIL rispetto al 28% EU25 - ma se questo valore è corretto rispetto al potere d'acquisto, è in linea con gli altri paesi. L'anomalia italiana sta tutta nella ripartizione della spesa: l'87% è assorbito da pensioni e sanità, contro una media europea, per queste voci, del 73%. Se si aggiunge anche la spesa per le indennità di invalidità (6,4%) si raggiunge quasi il 94%. Poco o niente rimane per i sussidi di disoccupazione e le politiche attive (1,8% rispetto alla media EU25 del 6,6%), per la famiglia e la cura dei bambini (4,1% rispetto alla media EU25 dell'8%), per la casa e l'esclusione sociale (0,2% rispetto alla media EU25 del 3,5%). La necessità dell'Italia di ridurre le uscite per le pensioni e per la sanità non deriva soltando dall'insostenibilità di queste spese, ma anche dalla necessità di dotare il nostro paese di un vero sistema di welfare. (29 ottobre 2006) Testo (EUROSTAT, Statistics in focus 14/2006 - Social protection in the European Union) |  |
| La facilità di fare impresa: l'Italia al 70° posto dopo Kenya e Zambia La Banca Mondiale pubblica ogni anno un rapporto sulla facilità di creare impresa nei diversi paesi del mondo. Costruisce una classifica sulla base di 10 gruppi d'indicatori come i tempi burocratici per avviare una nuova attività, la facilità di accesso al credito, la rigidità del mercato del lavoro, il livello di protezione degli investitori, il tempo per far rispettare un contratto davanti al giudice. Proprio quest'ultimo indicatore determina un rating così negativo per l'Italia: il 70° posto dopo Kenya e Zambia. Infatti se in Italia i giorni per per registrare un'impresa si sono ridotti in questi ultimi anni a 13, la durata media di un processo civile per una disputa legata all'attività imprenditoriale è di 1.390 giorni. Per la World Bank la riforma della giustizia civile in Italia è la prima iniziativa auspicabile per favorire la creazione d'imprese e per rilanciare l'occupazione. (27 agosto 2006) Testo (THE WORLD BANK - INTERNATIONAL FINANCE CORPORATION - Doing Business in 2006: Creating Jobs) |  |
| Bassa produttività: solo il 38% degli occupati italiani utilizza il computer nel posto di lavoro Bassa produttività delle imprese italiane? Una delle cause è la scarsa innovazione tecnologia. La ricerca dell'Eurostat mette in evidenza come in Italia solo il 38% degli occupati utilizza normalmente il computer nel posto di lavoro su una media EU25 del 51%. Peggio di noi solo la Slovenia, il Portogallo e pochi altri paesi entrati nell'Unione con l'ultimo allargamento. Dati ancora più preoccupanti se si analizzano le persone che non usano per niente il computer e Internet: il 56% degli italiani (da 16 a 74 anni) non ha mai utilizzato un computer e il 72% non ha mai navigato su Internet (la media EU25 è rispettivamente 34% e 57%). Solo Ungheria e Grecia hanno risultati peggiori. In Svezia, Danimarca e Islanda non utilizza il PC l'8% dei cittadini maggiorenni. (21 giugno 2006) Testo (EUROSTAT - How skilled are Europeans in using computers and the Internet ? - Statistics in focus 17/2006) |  |
| Istat: le imprese italiane compensano il minor valore aggiunto con il basso costo del lavoro "...il sistema delle imprese italiano sopporta un costo del lavoro per dipendente nettamente più basso di quello delle altre maggiori economie europee. In particolare nella manifattura, la differenza con la Francia e Germania è rispettivamente pari a circa 9 mila e 14 .mila euro per addetto. Pertanto, nonostante la maggiore incidenza media degli oneri sociali, in Italia il costo del lavoro per dipendete rimane tra i più bassi d'Europa. Il risultato è che nelle imprese italiane la redditività resta in linea con quelle degli altri paesi, compensando il minor valore aggiunto per addetto con il basso costo del lavoro"..."si tratta di un equilibrio vulnerabile, perché fondato su dimensioni aziendali ridotte che comprimono la produttività e perché meno in grado di assorbire le pressioni derivanti dalle trasformazioni dei mercati e dall'innovazione tecnologica". (24 maggio 2006) Testo (ISTAT - Rapporto annuale: la situazione del Paese nel 2005) |  |
| Stranieri: italiani i più numerosi in Belgio Il numero totale di persone con una nazionalità diversa da quella del paese in cui risiedono raggiunge, nell'Unione europea, i 25 milioni: il 5,5% del totale della popolazione EU25. Nel Belgio il gruppo più numeroso di residenti stranieri è costituito dagli italiani. (19 maggio 2006) Testo (Eurostat: Non-national populations in the EU Member States) |  |
| Completamente a carico delle donne il lavoro familiare L'Italia è tra i paesi europei quello dove gli uomini contribuiscono meno al lavoro familiare che è completamente a carico delle donne. Ne consegue che le donne italiane hanno meno tempo libero rispetto a quelle degli altri paesi europei e soprattutto che non riescono a conciliare il lavoro con la famiglia. Nel nostro paese, infatti, il tasso di occupazione femminile è superiore di poco al 45% (2004), mentre in Svezia supera il 70% (la strategia di Lisbona fissa come obiettivo per il 2010 la crescita in Europa del tasso di occupazione femminile al 60%). (7 maggio 2006) Testo (Istat: differenze di genere nelle attività del tempo libero) |  |
| Pochi scienziati e ingegneri, tanti avvocati In Italia la percentuale di ingegneri e di occupati in attività scientifiche (S&E) nei settori avanzati e tecnologici (S&T) è molto bassa: 10% nell'industria e 12% nei servizi. In Irlanda rispettivamente 39% e 31%; nel Regno Unito 36% e 16%. Questa percentuale di risorse umane altamente qualificate è ancora più modesta se viene calcolata sul totale della popolazione attiva italiana: 2,1% rispetto alla media EU-25 del 5,1%. Tutti i sistemi economici di successo fondano la loro competitività sulla produzione, diffusione e utilizzazione delle nuove conoscenze e sulla capacità di realizzare un circuito virtuoso in cui l'innovazione è alimentata dalla ricerca e dalla disponibilità di capitale umano altamente qualificato. L'Italia, invece, investe negli avvocati: 128.000 contro i 47.000 della Francia. (25 aprile 2006) Testo (EUROSTAT: |  |
| Cuneo fiscale: problema italiano? Belgio, Germania e Ungheria sono i paesi che dell'OCSE in cui il prelievo fiscale e contributivo è più alto: rispettivamente il 55,4%, 51,8% e 50,5% della retribuzione lorda (2005). In Italia il cuneo fiscale si porta via "solo" il 45,4% dello stipendio che arriva nelle tasche del lavoratore. Ma l'economia va male lo stesso. Il costo del lavoro è veramente il principale problema che non consente all'impresa italiana di competere nel mercato globale? Certamente sì per chi produce solo magliette e scarpe o altri beni e servizi a basso valore aggiunto e di limitato contenuto innovativo che non possono competere con i mercati emergenti. (15 aprile 2006) Testo (OECD:Taxing Wages: 2004-2005) Tabella 1 Tabella 2 Tabella 3 | 
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Il politico non deve essere un tecnico. Ma un incompetente?
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