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| Il pensierino | L'oggetto misterioso: il patto per la produttività
Si moltiplicano i convegni e le dichiarazioni di attori autorevoli dell'economia e della politica su un non ben identificato "patto per la produttività" che dovrebbe coinvolgere governo e parti sociali. Di sicuro c'è solo la curva discendente della produttività italiana, con qualsiasi indicatore la si voglia misurare. Ma il "patto" evoca necessariamente quelli precedenti, del 1992-93 per esempio, in cui la crisi fu superata con il drastico risanamento del governo Amato che non esitò a mettere le mani persino sui conti correnti dei cittadini e con una svalutazione che rese più competitive le imprese sui mercati internazionali, ma ridusse drasticamente il potere d'acquisto dei salari. Oggi Prodi ha risanato i conti pubblici, ben oltre il necessario, e l'effetto svalutazione sui conti dell'impresa è stato realizzato in qualche modo con la riduzione di oltre due punti del cuneo fiscale, per fortuna intervenendo solo sull'Irap e non sui contributi, che ha ridotto, seppur temporaneamente, il costo del lavoro. Nebbia totale, nonostante tante dichiarazioni e tanti convegni, su quali siano i principali fattori della produttività su cui s'intende operare con il "patto" che dovrebbe fermare il declino dell'impresa italiana e, immagino, renderla più competitiva nel mercato globale. A prima vista occorre intervenire per far crescere l'efficienza con cui sono utilizzati i fattori produttivi, per superare il nanismo delle aziende, per liberalizzare i mercati, per ridurre i costi delle regolamentazioni e per indirizzare le produzioni verso settori più innovativi, colpendo gli interessi corporativi e le rendite parassitarie. In questa home-page offriamo anche il nostro piccolo contributo alla individuazione dei fattori che incidono sulla produttività segnalando il costo sull'impresa dei ritardi nella giiustizia civile, il contributo al Pil dell'immigrazione e il peso determinante del capitale umano sulla produttività regionale. Il silenzio sui contenuti del "patto" che si vorrebbe stipulare fra classe politica e parti sociali, pur essendo ormai disponibili diagnosi quanto mai condivise sulle cause della debolezza strutturale dell'economia italiana, lascia aperto il sospetto che, come nel passato, a pagare siano sempre i salari, già calati in termini reali di molti punti nel corso degli ultimi quindici anni. Il silenzio di alcuni sindacati su questo tema, più interessati a difendere i propri iscritti (pensionati e impiegati pubblici) che ad affrontare in modo pragmatico il vero e proprio problema salariale italiano, contribuisce ad alimentare questo sospetto. r.c. (10 dicembre 2006) |
| Toc-toc...qui gruppo W2W, c'è nessuno? Comunicato del gruppo welfare to work ai compagni radicali
 In giro c’è una rivista, che si chiama Diritto e Libertà, dal titolo “Welfare to work: fermare il declino, riforme liberali per lo sviluppo economico e sociale”. Un lavoro che può essere importante e può fornire una solida piattaforma politica, nonché un laboratorio di apprendimento per prepararsi a fare una politica nuova davvero. La politica ci sfida, la società ci mette in guardia ogni giorno su problemi sempre più complessi e non banalizzabili per slogan o frasi raffazzonate. Una politica difficile dalle molteplici variabili, che necessita di nessuna approssimazione, ma di molto studio, per non essere -anche solo inconsapevolmente - “antipopolari”. Ora non basta più rischiare solo l’impopolarità per non essere antipopolari, ma occorre investire sulla nostra formazione, lo studio, per una classe dirigente o semplicemente per persone che vogliano contribuire a dire cose che abbiano un senso e siano riproducibili su scala reale, per l’ oggi e per il domani. Non so quanti di “noi” abbiano letto il numero di Diritto e Libertà curato dal gruppo Welfare to work che tratta di problemi difficili con approcci scientifici, dialoghi aperti e contatti importanti con il mondo della formazione, del lavoro, del sindacato. Non pretendiamo certo che le analisi, le proposte e le opinioni debbano essere accettate acriticamente, ma ci aspettiamo che questa via aperta e questo lavoro, che non poca fatica è costato, sia almeno preso in considerazione e non solo con citazioni o pacche sulle spalle. Abbiamo provato ad offrire una prima piattaforma da cui partire, anche con la presunzione di poter suggerire la “nostra” a radicali italiani, poiché consapevoli di avere molto lavorato e quindi di poterci permettere il raro lusso di provare a dire: “avanti per di qua!”. All’ultimo congresso di radicali italiani la nostra mozione particolare, in cui si affrontavano dettagliatamente tutti i temi economici da porre all’ordine del giorno, è stata accolta e approvata, come del resto l’anno precedente, ma ci aspettiamo quest’anno qualcosa in più: poter contribuire non marginalmente alle scelte di radicali italiani in proposito. Studiare molto e specializzarsi per non lasciare nulla al caso e alla convenienza di una comunicazione politica veloce e facile. Il salto di qualità che possiamo e dobbiamo fare è comunicare quanto la politica oggi sia difficile, quanto il problema del cuneo fiscale sia un grande bluff su cui si gioca molto della nostra competitività futura, quanto la formazione di alto livello sia l’unico modo per non soccombere ad una globalizzazione che ci vede tremendamente in affanno, quanto le pensioni integrative e l’innalzamento dell’età pensionabile siano la sola chance per non avere conflitti intergenerazionali ancor più enormi di quelli che già abbiamo. E che dire della legalità, grande cavallo di battaglia radicale, che afflitta da una giustizia malata e lenta determina il declino civile, sociale ed economico del nostro paese? Anche solo ad un primo colpo d’occhio ci si accorge che temi storici come quelli della giustizia, della legalità si legano a fil doppio con il declino economico del nostro paese. Completare l’iniziativa di “7 giorni per una impresa”, con lo scheletro solido della legalità e con una attenzione per la lentezza della giustizia civile sarebbe importante. Già perché dopo aver aperto, pure in 7 giorni le imprese poi rischiano di morire perché ce ne vogliono 1.390 (quasi quattro anni) con la nostra giustizia civile per costringere un soggetto fisico o giuridico a onorare il proprio debito. Per non parlare poi della legalità nell’applicazione della legge Biagi e dell’illegalità perpetrata, proprio contrariamente a quanto affermato nel testo del giuslavorista, nei call center italiani o per i contratti co.co.pro, o per il lavoro sommerso o nero che dir si voglia. E ancora, la giustizia e l’equità sociale nei nostri stipendi e nel costo del lavoro, ad oggi tra i più bassi d’Europa e la poca competitività, nonostante tutto, delle nostre aziende: chi ha costo del lavoro più basso ha pure gli stipendi più bassi ed è perfino meno competitivo degli altri, statistiche alla mano…pensate che abbaglio stiamo prendendo tutti noi con il taglio al cuneo fiscale!!! Insomma di lavoro da fare ce ne è e gli spunti, profondamente radicali e dei veri sorpassi a sinistra, sono molteplici e di una solidità da testare. Sono cose difficili da spiegare alla gente, ma anche a questa politica e anche alla nostra politica interna, che negli ultimi anni pur capendo la via da seguire non ha intrapreso una formazione continua, ma ha tentato di campare su rendite di posizione da sempre destinate a fallire. Non è un po’ curioso che dopo un lavoro come quello svolto per il numero di Diritto e Libertà dal gruppo Welfare to Work, dove vengono lanciate spunti e ricerche piuttosto innovative, nessuno abbia ancora dissentito o acconsentito a oltre 300 pagine di analisi, proposte e persino piattaforme politiche? E’ anche possibile che abbiamo riempito queste pagine di tremende sciocchezze: sarei contenta lo stesso se qualcuno me lo dicesse. Penso che anche noi radicali non possiamo permetterci di vivere di rendita nel “mercato globale” della politica e che occorra rinvestire in nuove frontiere del confronto, non avere paura di intraprendere terreni a noi storicamente poco congeniali e non buttar nulla e migliorare tutto, partecipare gioiosamente a questo nuovo e possibile sprint, che potrebbe non solo consentire sorpassi a sinistra, ma renderci ancora precursori di una politica che non si racconti balle. Rischierò e rischieremo di sembrare terribilmente presuntuosi di nuovo, ma non c’è più tempo da perdere: questo è un investimento e un patrimonio che va arricchito se vuole essere davvero d’aiuto e durare nel tempo. Caught in the act. come direbbero gli inglesi: mentre litighiamo in questi giorni e incanalando le prime iniziative politiche, siamo giunti finalmente al nodo del salto di qualità possibile… Ci sono alcuni temi che sono fondamentali e difficili e chiedono più applicazione da parte di tutti noi . Se non applicazione diretta, perlomeno fiducia e attenzione. Fiducia e attenzione che il gruppo Welfare to work- che è aperto a “noi tutti” per arricchirlo e seguirlo- si aspetta e non per rendite di posizione, ma per formazione e competizione che lanciamo a “voi-noi”. La sfida sarà non solo trovare risposte precise e non approssimative, ma anche ricercare modi di comunicare accessibili per far capire alle persone e a potenziali elettori e cittadini che non è più tempo delle chiacchiere per nessuno e che prima o poi ce ne accorgeremo sbattendoci la testa contro e chiedendoci perché nessuno ci avesse avvisat
Valeria Manieri- gruppo welfare to work www.welfaretowork.biz Ps.: sarebbe importante riunirci per presentare interamente il gruppo welfare to work e i suoi componenti, che vanno ben oltre Roberto Cicciomessere e la sottoscritta, per discutere insieme di prospettive e ricerche da intraprendere con radicali italiani. |
| Draghi, Bonino, Capezzone, Bonanni: ecco le bussole attendibili per una nuova politica economica
Il tasso di "permalosità" del duo Prodi/Padoa Schioppa sembra davvero poco sopportabile in un clima di ricerca di soluzioni efficaci e di dialogo con le parti sociali. Non sembra di essere in presenza di un governo molto aperto al confronto, quanto piuttosto di un apparato un po’ rigido e impiantato su posizioni non criticabili...ovviamente sempre che il confronto non sia richiesto dai sindaci (tutti di centrosinistra) o dalla Cgil per al momento segna punti a suo favore su questa finanziaria che appare scritta sotto dettatura di Epifani. Il governatore della Banca d’Italia invece, ha in questi giorni ricordato quale fosse il suo personale auspicio già all’apertura del suo mandato : la crescita maggiore può esserci con un netto miglioramento dei saldi di finanza pubblica. Questo miglioramento si può ottenere abbassando le imposte e intaccando la spesa pubblica. Nel Dpef l’invito di Draghi non pare contemplato. Il Governatore ha poi anche in parte sottolineato la non veridicità della “scusante redistributiva” della finanziaria, in quanto la manovra di fatto non accontenterebbe proprio nessuno. Sul Riformista, qualche giorno fa, si spiegava per bene la questione, ripercorrendo le parole di Draghi “(…) il governatore ha ritenuto opportuno fare un esempio che fa giustizia di molte contese sin qui risuonate sull’effettiva redistribuzione operata dalle modifiche alle aliquote ex Irpef attuate in finanziaria: la dimostrazione secondo la quale un operaio senza figli con soli 26 mila euro annui di reddito pagherà più imposte, per effetto del fiscal drag, mostra che la formula avanzata dal governo secondo la quale il 90% dei contribuenti ci guadagna è quanto meno azzardata.” Ma per capire infatti quanto la finanziaria del governo sia efficiente e vada al nodo delle questioni più urgenti nel nostro paese è sufficiente scegliere come termometro le reazioni del mondo sindacale. Una temperatura stabile, l’assenso da parte della Cgil parrebbe indicare che di fatto questa manovra non disturba nessuna corporazione e che dovremo aspettare forse altri 5 anni per vedere scardinato un sistema che non consente crescita, qualità e sviluppo nel nostro paese e che è ancorato ad una etica ridistributiva “del poco che c’è” anziché eventualmente redistribuire “nuove ricchezze prodotte”. Il fatto che ci si appresti a percorrere la via “della foresta di Sherwood”, rifugio di Robin Hood, seguendo il motto molto nobile in apparenza e molto demagogico del “leviamo ai ricchi per dare ai poveri” , la strenua lotta all’evasione fiscale (tema importante ma non certamente l’unico da perseguire, specie se diviene il paradigma per non agire e trovare scuse per non attuare rivoluzioni di sistema) però, delinea la mancanza di coraggio nel procedere verso riforme strutturali –termine certamente abusato di questi tempi- ovvero quelle che contano realmente: riforme liberali. Milton Friedman diceva: “Molta gente vorrebbe che il governo proteggesse il consumatore. Un problema molto più urgente è che il consumatore deve proteggersi dal governo.” E forse Friedman in questo caso è il miglior consigliere rispetto a molti Robin Hood di comodo e di facciata. Oltre a Draghi una iniziativa lodevole per cambiare una rotta pericolosa intrapresa dal governo, si è avuta grazie al tentativo e ai punti affrontati del “tavolo dei volenterosi”, organizzato dal Presidente della Commissione delle attività produttive, il radicale Daniele Capezzone e dai parlamentari provenienti da entrambi gli schieramenti. Sostegno a questa iniziativa è venuto anche dal Ministro per il commercio internazionale e le politiche comunitarie Emma Bonino, che in questi giorni si è distinta per aver parlato con chiarezza e coraggio: dal palco confindustriale di Capri ha risposto alle critiche di Tremonti e ha precisato diversi punti di ciò che non va nella finanziaria, manovra che evidentemente avrebbe dovuto esprimere un po’ più di intraprendenza e volontà di invertire la rotta. Una finanziaria che non piace a Confindustria, non rilancia il Paese perché si pone come obiettivo una mera redistribuzione e nessun investimento e cambiamento destinato a durare nel tempo. Una finanziaria che ci pone a rischio bocciatura anche a livello europeo sulla norma sul trasferimento del Tfr all'lnps. Poi la necessità di ridiscutere del titolo V della costituzione e di riforme importanti sul federalismo: segnali preoccupanti si registrano poiché è stato constatato che non sono state tagliate le spese e nessuno, a parte il Ministro Bonino, ha fatto sinora riferimento agli sprechi degli enti locali, né pare preoccupato nel vedere perpetrato un federalismo della irresponsabilità, del non potenziamento delle strutture e della competizione sulla qualità dei servizi e dei risultati ottenuti. Oggi campeggia sulle pagine dei quotidiani la polemica aperta da un esponente e di buon senso del sindacato italiano:Raffaele Bonanni. L’opzione del Tfr passato all’Inps non piace all’esponente della Cisl che sulle ali di questo argomento, tira però un filo assai importante, definendo Epifani come un ”suggeritore sociale del governo”. Guglielmo Epifani, in un reiterato clima di “pizzini” già aperto sulle nomine Rai dal radicale Capezzone, sarebbe colui che ha passato un foglietto al Governo per “sospingerlo” a prendere la decisione di trasferire metà delle liquidazioni maturande dei lavoratori dipendenti dalle aziende all’Inps. Ma al di là del merito della questione, il fatto di aver finalmente sottolineato e in qualche modo denunciato questo ambiguo legame tra Cgil e Governo è già meritevole di apprezzamento come atto di coraggio, in una Italia che dinnanzi al verbo dei sindacati rimane sempre zitta. Fili dunque da continuare a tirare e personalità da continuare a seguire con curiosità. Draghi, Bonino, Capezzone, Bonanni: ecco le bussole precise e attendibili per una nuova politica economica nel nostro paese. Valeria Manieri |
| Call center, circolare Damiano e ispettori:una doverosa sospensione di giudizio
In questi giorni molto si è parlato della circolare del Ministro Damiano, dei lavoratori precari e dei contratti a tempo determinato, specie per la sempre attuale disputa, ancora irrisolta, degli addetti nello sconfinato e poco tutelato mondo dei call center italiani. Numerose sono state le dichiarazioni di politici, sindacalisti, imprenditori e ministri, ma forse è opportuno riprendere il nostro filo di lavoro, di ricerca e di studio della letteralità delle circolari e della legge Biagi, come pure dedicare più attenzione al rispetto delle regole, quelle universalmente riconosciute e quelle ancora poco chiare, di cui ad oggi si fa ancora un gran parlare. Dovremmo iniziare con l'osservare con maggiore attenzione l'azione compiuta dall'Ispettorato del lavoro di Roma nei confronti di Atesia e la precedentemente citata circolare del ministro Damiano. Considerare il lavoro degli ispettori del lavoro come una "forzatura" o addirittura uno scavalcamento delle indicazioni contenute nella circolare sui call center sembrerebbe attualmente piuttosto imprudente. Sarebbe opportuno, in mancanza del rapporto degli ispettori, ma certamente in presenza di legittimi sospetti, appunto sospetti, sospendere il giudizio e pazientare un poco. Si sostiene, infatti, che gli ispettori del lavoro avrebbero scavalcato le indicazioni contenute nella circolare Damiano sui call center non riconoscendo la differenza fra le attività in bound (risposte alle chiamate dell'utenza) e out bound (contattare l'utenza per la vendita di prodotti o servizi o per indagini di mercato). Le seconde, secondo alcuni commentatori (come Tiraboschi sul Sole 24 ore del 25 agosto 2006), sarebbero perfettamente legittime all'interno di un contratto di collaborazione coordinata e continuativa a progetto. Gli ispettori della società Atesia, dichiarando illegittimi non solo i contratti di collaborazione a progetto degli operatori addetti alle attività in bound, ma anche quelli out band, avrebbero sconfessato così il ministro del lavoro sulla base di un pregiudizio ideologico. Tuttavia tale interpretazione della circolare è eccessivamente sommaria perché il ministro Damiano non prevede (e non poteva farlo se non in violazione della legge Biagi) una simile netta distinzione fra le due attività. Infatti afferma sostanzialmente due principi: a. Le attività in bound non hanno i requisiti per configurare, in alcun caso, quel progetto che giustifica il contratto di co.co.pro poiché il lavoratore non può in alcun modo pianificare l'attività giacché, la stessa, consiste prevalentemente nel rispondere alle chiamate dell'utenza, limitandosi a mettere a disposizione del datore di lavoro le proprie energie psicofisiche per un dato periodo di tempo; b. Le attività out bound possono avere i requisiti per giustificare la stipula di un contratto di co.co.pro a condizione che sia salvaguardata l'autonomia della prestazione e la possibilità del lavoratore di autodeterminare ritmi e tempi di lavoro, pur rispettando le esigenze di coordinamento dell'impresa. La circolare precisa, infatti, che il lavoratore può essere considerato autonomo "alla condizione essenziale che il collaboratore stesso possa unilateralmente e discrezionalmente determinare, senza necessità di preventiva autorizzazione o successiva giustificazione, la quantità di prestazione da eseguire e la collocazione temporale della stessa al fine di realizzare il risultato descritto nel contratto". La stessa circolare prevede che il datore di lavoro può fissare fasce orarie entro le quali il collaboratore può lavorare, ma quest'ultimo "deve poter sempre decidere, nel rispetto delle forme concordate di coordinamento, anche temporale, della prestazione: a) se eseguire la prestazione ed in quali giorni; b) a che ora iniziare ed a che ora terminare la prestazione giornaliera; c) se e per quanto tempo sospendere la prestazione giornaliera. Da un punto di vista organizzativo ne consegue che l'assenza non deve mai essere giustificata e la presenza non può mai essere imposta". Queste precisazioni, del resto, si limitano a calare sulla realtà dei call center quanto espressamente previsto dalla riforma Biagi che stabilisce che i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa devono poter essere "gestiti autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato, nel rispetto del coordinamento con la organizzazione del committente e indipendentemente dal tempo impiegato per l'esecuzione della attività lavorativa". Non è possibile, di conseguenza, dare un giudizio sulle conclusioni degli ispettori del lavoro se non si conoscono le loro motivazioni. Se, per esempio, gli ispettori avessero accertato che in Atesia anche le attività out bound sono svolte all'interno di rigidi orari di lavoro, predeterminati dall'impresa senza l'accordo del collaboratore, che i turni vengono modificati in maniera discrezionale, che è necessario giustificare assenze e richiedere "permessi" e "ferie", che i ritmi di lavoro sono stabiliti dal datore di lavoro e attivati automaticamente attraverso il software che decide quali utenze chiamare, in quale successione e quali intervalli di riposo consentire fra una chiamata e l'altra, è ovvio che verrebbe negato il requisito fondamentale dell'autonomia e dell'autodeterminazione nel raggiungimento del risultato stabilito nel contratto e si configurerebbe un rapporto pieno di subordinazione poiché il lavoratore si limita a mettere a disposizione del datore le proprie capacità per un determinato periodo di tempo. E' ovviamente possibile che, invece, ci sia stato un accanimento ideologico contro un'impresa che rispetta tutti i requisiti del contratto di co.co.pro. Ma, finché non sarà possibile leggere il rapporto degli ispettori, ogni giudizio deve rimanere sospeso. Queste considerazioni non superano l'opportunità che questa questione non sia risolta con strappi, ma si tenga conto anche delle reali esigenze di flessibilità dei call center. Per esempio, la proposta di Tiraboschi di utilizzare lo staff leasing per far fronte ai picchi lavoro, sembra ad oggi la più corretta e poco praticata solo per pregiudizi ideologici del sindacato e per la resistenza delle imprese a far fronte a maggiori costi del lavoro. r.c.
Pubblico impiego: protocollo e workflow informatici per misurare la produttività
Nell'articolo di Giavazzi, che segnaliamo subito dopo, si rileva come le pur coraggiose riforme di Bersani siano state scelte con cura in modo da non far sorgere problemi all'interno della maggioranza: "così le scelte davvero difficili sono state rinviate". Quali siano queste scelte ce lo ha ricordato qualche giorno fa, ovviamente inascoltato, il presidente della Corte dei Conti Staderini: elevare l'età pensionabile a 62-63 anni (oggi si esce mediamente dal lavoro a 56 anni) e ridurre drasticamente il numero dei dipendenti pubblici. Impresa quest'ultima non certamente facile perché si tratta non solo di tagliare il pubblico impiego ma di aumentare la sua efficienza e produttività. Ma come si possono misurare questi indicatori per decidere quanti sono in eccesso e per rendere più efficiente la macchina pubblica? Lo strumento ci sarebbe: protocollo e workflow informatici che le amministrazioni pubbliche sarebbero obbligate ad adottare. Se ogni passaggio della pratica da un dipendente e da un ufficio all'altro fosse monitorato, come fanno per esempio da anni gli spedizionieri con il tracking che consente di sapere in ogni momento, via Internet, in quale ufficio si trova il nostro pacco, avremmo un sistema incontestabile per monitorare la produttività dei dipendenti pubblici, per semplificare e rendere trasparenti le procedure, per eliminare i passaggi inutili e persino per consentire ai cittadini di conoscere in ogni momento dove si trova la propria pratica. Ovviamente i sindacati hanno consentito l'introduzione del protocollo informatico, non la gestione informatica del workflow che avrebbe permesso di valutare quante pratiche e in quanto tempo vengono "lavorate" nei diversi uffici pubblici. Il ministro per le riforme e per l'innovazione, nonché ricercatore di grande fama, Luigi Nicolais avrebbe tutte le carte per realizzare questa rivoluzione nel pubblico impiego. (1 luglio 2006) |
| Call center: lavoro irregolare sulla base della legge Biagi. I sindacati smentiti dagli ispettori.
In un commento precedente "Call center ostaggio dei dogmi" ci chiedevamo come mai "pur di non applicare la legge Biagi, si colpiscono migliaia di lavoratori dei call center costretti a lavorare con stipendi da fame e con contratti irregolari. Ma se non ci pensa il sindacato a tutelare questi lavoratori, che aspettano a farlo gli ispettori del lavoro?". Questa volta è stranamente successo. Di oggi la notizia che l'Ispettorato del lavoro, dopo un'indagine nel call center Atesia, ha accertato che i 3.800 co.co.pro. svolgono a tutti gli effetti un lavoro subordinato e non autonomo. Questi rapporti di collaborazione sono considerati, di conseguenza, sulla base dell'articolo 69 della legge Biagi, "rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto". I sindacati, che avevano sostanzialmente avallato questa situazione con un accordo pessimo, pur di non applicare le altre tipologie contrattuali previste dalla legge 30 fra cui lo staff leasing, sono stati smentiti dagli ispettori ministeriali. Spiega Cecilia Taranto, della segreteria CGIL di Roma: "L'accordo era stato firmato sul presupposto che i contratti di collaborazione fossero legittimi". Ma la CGIL, prima di volerla abrogare, l'ha letta la legge Biagi? |
| Draghi: la concorrenza è il migliore agente di giustizia sociale nell'Italia dei privilegi
Non sarà facile rimuovere dal dibattito politico "le considerazioni finali" nette e sobrie che il governatore della Banca d'Italia ha espresso il 31 maggio davanti l'Assemblea generale della banca centrale. Tornare alla crescita, curare il male italiano che è la crisi della produttività attraverso azioni di rilancio della concorrenza e della giustizia sociale: "l’intensificazione della concorrenza, l’ampliamento dello spazio per l’esplicarsi dei meccanismi di mercato sono necessari al rilancio produttivo e complementari a scelte di equità. La concorrenza costituisce il miglior agente di giustizia sociale in un’economia, in una società, come quella italiana, nella cui storia è ricorrente il privilegio di pochi fondato sulla protezione dello Stato". Il miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini, soprattutto delle fasce più povere, si realizza non solo con gli aumenti salariali e le riduzioni fiscali, ma con la diminuzione dei costi dei servizi e quindi con le effettive liberalizzazioni e l'abolizione delle rendite monopolistiche. Il nuovo governatore Draghi, dopo aver liquidato la questione della riduzione del cuneo fiscale affermando che il suo costo non è compatibile con i limiti di bilancio, ha ricordato che i consumatori sono penalizzati soprattutto dalla frammentazione nel commercio, dagli ostacoli posti a livello regionale all'apertura di grandi magazzini. Lo stesso Draghi ha detto che è ineludibile l'aumento dell'età di pensionamento e in generale l'allungamento della vita lavorativa. Draghi ha ricordato che la stasi della produttività è connessa anche con la carenza di capitale umano e ha definito grave il ritardo dell'Italia sul livello e la qualità dell'istruzione dei cittadini. La soluzione a questo ritardo deve essere affidata ancora una volta alla competizione e a meccanismi premiali del merito: "migliorare il rendimento del sistema di istruzione e di ricerca, rafforzando la competizione fra scuole e fra università; prima ancora che maggiori spese, occorrono nuove regole che premino il merito di docenti e ricercatori." "Si deve tutelare il lavoratore piuttosto che il posto di lavoro, assicurandogli – nel rispetto delle compatibilità di bilancio – una indennità." Non so a quanti ministri, così loquaci in questo inizio di legislatura, siano fischiate le orecchie per parole così scomode e controcorrente. Difficilmente non potranno tenerne conto nella loro azione di governo. Per questo vale la pena leggere attentamente questo breve documento di 22 pagine che riproponiamo integralmente. r.c.
| | Tre proposte | I problemi del mercato del lavoro non sono solo quelli legati alla legge 30 (detta anche legge Biagi), ma certamente il nuovo governo dovrà affrontare il "dualismo contrattuale" del mercato del lavoro. Occorre superare il muro contro muro di chi oggi considera la legge 30 intoccabile o da cancellare. Offriamo 3 proposte. La prima, parte di una più ampia e organica proposta di riforma, suggerisce di creare un sentiero ben definito di ingresso al mercato e valido per tutti, con tutele che crescono nel tempo. La seconda si ispira alla recente riforma tedesca, e prevede un'incentivazione dell’accordo economico tra le parti per la cessazione del rapporto di lavoro. La terza offre all'impresa la possibilità di sperimentare il lavoratore, ma pone seri paletti affinchè di vera sperimentazione si tratti. Il sito
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| Gatton-gattoni. I primi movimenti e le parole dei ministri che possono fare la differenza
Grandi compiti già dalle primissime ore per questo governo.Revisioni, manovre, denaro che non basta mai, specie per ministeri dei buchi neri come quello della sanità . La vecchiaia di questo paese, tra sanità e pensioni, emerge in queste ore in tutta la sua drammaticità. Debiti sanabili solo con una inversione di tendenza coraggiosa e brusca. Correzioni sull’indebitamento del nostro Paese che si aggirano sui 20 miliardi di euro. Insomma per recuperare il recuperabile e immettere nei “buchi neri” del nostro sistema si effettuano i primi test sull’Irap e tentativi di ridisegnare il percorso di rientro deficit. Ma se sui due allievi del nobel Franco Modigliani, il neo ministro dell’economia Tommaso Padoa Schioppa e il governatore della Banca d’Italia non nutriamo dubbi, sulle dichiarazioni del neo ministro del Lavoro, il diessino Damiano, qualche perplessità ci sovviene, lui che pure grandi responsabilità ne avrà. In una intervista rilasciata per il quotidiano La Stampa (18 maggio), il ministro afferma: «Dobbiamo diminuire la precarietàe trasformare il lavoro daflessibile in stabile. Ma i problemi della legge 30 partono da lontano, partono dal "Libro bianco" del 2001. Perché vede, la 30 è operativa solo dal 2004, e sono state introdotte solo alcune delle numerose forme di flessibilità che prevedeva, peraltro recepite assai modestamente dal sistema contrattuale. Mentre col "Libro bianco" è stata eliminata la concertazione e si è corroso quell'elemento impalpabile che si chiama coesione sociale e che per un Paese moderno è anche un fondamento di competitività. Un Paese che non è coeso, non ce la può fare adessere un Paese competitivo. Poi il governo Berlusconi ha eliminato gli incentivi che stabilizzano il lavoro, come il credito d'imposta, che il centrosinistra aveva introdotto. Le dò solo un dato: nel 2001 le nuove assunzioni eranoall'80 per cento stabili. Nel 2005quel dato è rovesciato: sono al 70 per cento precarie. E' il segno del peggioramento delle regole del mercato del lavoro. Noi dovremo rovesciare queste tendenze». Piccole segnalazioni per monitorare le prime battute del nuovo Governo. Dimenticare che la legge Biagi non funziona perché non correttamente applicata è un pessimo passo per iniziare. Affrontare il tema della diffusa illegalità nell’attuazione delle formule previste nel libro Bianco sarebbe invece salutare, per aprire una stagione politica che sappia davvero guardare ai problemi senza tergiversare su semplificazioni populiste. v.m. (21 maggio 2006)
| Più flessibilità, ma in cambio più tutele ai disoccupati e salari più alti
Finalmente una proposta seria dal sindacato: Raffaele Bonanni, nuovo segretario generale della Cisl, propone di scambiare maggiore flessibilità con più tutele e salari più alti. "La flessibilità ha bisogno di più tutele sul piano salariale e contributivo, per sostenere il reddito con ammortizzatori sociali, servizi e incentivi al reinserimento, aiuti alla famiglia. Ma il punto centrale rimane la riforma contrattuale". "Bisogna estendere il secondo livello in tutti i posti di lavoro, legando il salario ai risultati e alla produttività".
Diversamente dal suo collega Epifani che avanza una proposta demagogica e priva di vantaggi reali per i lavoratori come l'abolizione della legge Biagi, Bonanni riconosce che il primo obiettivo deve essere la crescita e lo sviluppo del paese e, quindi, che la flessibilità è una condizione indispensabile per consentire alle imprese di competere nel mercato globale. Ma i sacrifici non devono essere sostenuti solo da una parte, dai lavoratori italiani con i salari più bassi d'Europa e ammortizzatori sociali solo per pochi. Tutele, quindi, per chi perde il posto di lavoro, servizi per il reimpiego e per la formazione, ma soprattutto riforma dei contratti per creare più partecipazione e maggiore qualità e per legare la parte variabile sei salari ai risultati raggiunti. "Dove si crea più ricchezza ci saranno più risorse da distribuire per i lavoratori e ridisegnare i concetti di uguaglianza sociale e welfare". Non è chiaro in che modo Bonanni pensi di riformare i contratti, per esempio facendo propria la proposta dei contratti in deroga avanzata da Ichino, ma certamente ci troviamo di fronte a una proposta moderna, di buon senso che vuole produrre maggiore benefici per imprese e lavoratori e non solo conflittualità sindacale. Adesso si tratta di vedere se Prodi avrà il coraggio di sfilarsi dall'abbraccio mortale di Epifani - mortale per le sorti del suo governo, ma soprattutto per il paese - e raccogliere la sfida di Bonanni. Lo stesso vale per Confindustria a cui si chiede un cambiamento di rotta altrettanto coraggioso: smettere di scaricare sulla collettività e i salari i costi della inefficienza delle imprese, competere sul mercato non con le tariffe garantite dallo Stato ma con l'innovazione e con la capacità di produrre valore aggiunto. r.c. (6 maggio 2006)
| L'Italia dalla testa grigia
Mentre Draghi ci rassicura su una Italia a rischio fuoriuscita dall’euro e prospetta una ripresa economica, Pier Luigi Sacco dalle pagine del Sole 24 ore, con l’articolo “Non basta il solista di talento”, evidenzia alcuni punti cruciali su cui il nostro Paese molto dovrà scommettere per rilanciarsi. “L’unica strada percorribile per riguadagnare vantaggio competitivo è quindi quella di spostarsi verso produzioni a più alto valore aggiunto intangibile, creando le condizioni per l’attivazione di quei circoli virtuosi della conoscenza e della competenza che sono alla base di tutte le moderne economie post-industriali di successo.” Insomma l’economia della conoscenza fa crescere, aumenta il grado di specializzazione e crea sintonia tra noi e il resto d’Europa. L’esempio di Londra citato nell’articolo palesa ai nostri occhi quanto un modello conservatorista come quello italiano non paghi: la city presenta tassi di crescita elevati, così come alta è la produttività ed enorme è la dinamicità delle imprese. Per ciò che concerne l’ Italia invece esistono punte di eccellenza nei punti geografici più impensabili: imprese forti lì dove vi è un deserto intorno e alcune al collasso lì dove esistono condizioni generali migliori. Insomma riprendendo un famoso detto che semplifica la situazione non rosea italiana, le nostre imprese, anche quando potrebbero investire non investono, seguendo il principio del “fatti ‘u nome e fottiti’nne”, mentre, i solisti che tentano di distinguersi con sacrifici ingenti, rimangono tuttavia schiacciati da una sinfonia dissonante che ci allontana dalla sfida globale, dai punti di eccellenza, dal futuro. Siamo arrancanti e destinati alle retrovie. Al di là delle urgenze del prossimo governo in materia fiscale e le grandi manovre che si prospettano ( si parla di manovre da attuare subito : 7 miliardi di euro in questo anno, 23 nel 2007 ) è saggio guardare appena più in là e dare respiro alla nostra economia. Una economia in debito di competitività e quindi di ossigeno, necessita di ricerca avanzata, di un investimento sui cervelli italiani che pure abitano la nostra penisola e che per mancanza di adeguata domanda desistono dal frequentare facoltà scientifiche così necessarie per lavorare al rilancio delle nostre imprese. La nazione intera urge di un ricambio generazionale, di uno sprint in una simbolica quanto importante staffetta, probabilmente già dalla politica delle teste grigie: il prossimo parlamento infatti sarà frequentato da parlamentari pressocché tutti over 50 e per di più tutti molto timorosi. Se si pensa che già qualcuno di questi desidera riproporre Andreotti al Senato, si può notare una certa propensione alla “tradizione”, più che alla scommessa .Mai nel recente passato un parlamento con una età media così alta: erano 20 anni che ciò non accadeva. Sarà forse un caso se le cose, poiché pericolosamente ingrigite, vanno così male? v. m (23 aprile 2006)
| Problem S olving: formazione e lavoro in Italia. Un grande esodo: nessun rientro di capitali umani nazionali ormai integrati in altri sistemi economico-sociali, senza poter arricchire i nostri percorsi formativi. In Italia nessuna chance di poter rinnovare il nostro paese investendo in ricerca per i processi produttivi. La spesa pubblica per la formazione è ripartita in modo del tutto svantaggioso in Italia, facendo esattamente il contrario di ciò che normalmente viene compiuto in termini di investimenti negli altri paesi dell'Ocse: risulta infatti che abbiamo la spesa per studente più alta per ciò che concerne le scuole primarie (elementari) e secondarie (medie, licei e istituti) e via via sempre più bassa per l'istruzione terziaria (università, lauree triennali e specializzazioni). Dai monitoraggi "Pisa" realizzati dall'OCSE risulta che, a fronte di tale maggior investimento nei primi anni di formazione, non corrisponda un migliore livello dell'istruzione e quindi di profitto scolastico dei nostri studenti. Il test effettuato ai quindicenni dei Paesi Ocse colloca i nostri studenti agli ultimi posti. Per contro i paesi che spendono di più nella seconda parte dell'offerta formativa e meno nei primi anni hanno risultati migliori su tutti i fronti. Particolari difficoltà hanno gli studenti italiani nel "Problem Solving", carenza che affligge evidentemente anche la nostra classe politica. Proviamo invece a rintracciare le cause di questa sconfortante tendenza: troppi professori nei primi anni di formazione, scarsamente qualificati fanno lievitare la spesa pubblica fino alle secondarie inferiori. Professori disincentivati e mal pagati nella seconda metà del percorso di formazione fanno precipitare la situazione dei nostri studenti, che si specializzano all'estero e difficilmente intraprendono studi scientifico- tecnici. L'Italia mostra inoltre uno dei più bassi rapporti tra ricercatori occupati e numero totale di occupati. Ciò dimostra che a valle esiste uno scarso investimento in ricerca delle nostre aziende e poca disponibilità ad accogliere personale altamente qualificato che provveda - con attività di ricerca e sperimentazione - ad offrire standard qualitativi alti, necessari al nostro paese per far fronte alla sfida della globalizzazione. "L'Italia inoltre si contraddistingue per il basso livello di attrattività internazionale del mercato del lavoro per capitale umano qualificato, attivo sia in imprese che in accademie " come denuncia la ricerca sul "sistema di istruzione italiano: un confronto internazionale" stilato dall'ADAPT (associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali). v.m. (15 aprile 2006)
| Indennità di disoccupazione per tutti?
"Ma siete pazzi, volete estendere i sussidi di disoccupazione a tutti, anche ai 'precari' e magari abolire la cassa integrazione? Con che soldi?". Ebbene sì. Vogliamo che in Italia non ci siano lavoratori di serie A, garantiti da cassa integrazione ordinaria e speciale all'80% dello stipendio, da mobilità, da pensionamenti anticipati più o meno mascherati, e lavoratori di serie B che, se perdono il lavoro, al massimo possono sperare nei sei mesi dell'indennità di disoccupazione al 50% dello stipendio e nella maggior parte dei casi devono arrangiarsi da soli. Con che soldi si può fare questa riforma? Intanto spendendo meglio quelli che ci sono, eliminando gli sprechi e i privilegi (vedi le indennità agricole) e rafforzando i meccanismi di welfare to work per ridurre al massimo il tempo di disoccupazione e migliorare la formazione di tutti. Poi chi ha detto che deve pagare tutto lo Stato? Un sistema misto di assicurazione scelto da ogni lavoratore magari con polizze che mettessero in competizione INPS e privati? Quanti sarebbero disposti a rinunciare all'1% dello stipendio in cambio di una vera assicurazione contro la disoccupazione? Per l'automobile non si fa così? Questo sito è nato per discutere liberamentedi questi temi complessi, senza preconcetti ideologici e senza pretendere di avere la soluzione in tasca. r.c. (8 aprile 2006) |
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